Artist: Bianca
Title: “Bianca”
Label: Avantgarde Music
Year: 2025
Genre: Atmospheric Black/Doom Metal
Country: Italia
Tracklist:
1. “The Dawn”
2. “Abysmal”
3. “Somniloquies”
4. “Nachthexe”
5. “After Dark”
6. “Todestrieb”
7. “Resonance”
8. “To The Twilight”

“Hazardous ways alone in the dark… Only the mounds are deaf…”
Quando gli uomini si levano dai propri giacigli, s’immaginano e in un certo senso si illudono di aver scosso via il sonno. Vi è la netta sensazione, la convinzione più ovvia persino, di essere svegli: nello stato esperienziale, vale a dire, di piena coscienza e di assoluta padronanza delle proprie azioni e forze. Ma va ammesso che, sempre nell’ottica dell’esperienza a cui l’umano è sottoposto, costantemente tirato tra stati di percezione, il concetto stesso di sonno o di ombra, di dormiveglia, di notte e di tutti quei divisibili ed identificabili passaggi tra luoghi dello spazio e della mente, assume in fondo il più discrezionale e relativo dei connotati. Al fatidico momento del risveglio, in altre parole, l’uomo in larga misura non sa, non percepisce di essere in realtà vittima dei suoi stessi sensi e di diventar così preda di un sonno assai più profondo di quello dal quale si è sottratto nell’atto banalmente meccanico di riaprire gli occhi: proprio lì, proprio allora avviene un singolare transito di varco (le cui sponde sono colmate da tutta quella serie di manifestazioni al limite del comprensibile ed oltre il mediano, come la cosiddetta paralisi del sonno) dalla coscienza che potremmo con qualche licenza psicologica definire pura e perfettamente conservata, illesa cioè dalla mediazione dei sensi, specialmente da quella della regina vista, al ricalcolo dello stato esperienziale tutto proprio nel tramite dei sensi, ora svegli, ora all’erta; eppure esattamente per questo motivo, per certi versi, condizionanti l’intero assorbimento e la lettura del circostante.

Dunque è quel momento di liminalità, di spazio tra gli spazi, a fornire per la brevità di un attimo una scheggia di eterno sentire in perfetta comunione con la propria essenza: andarvi oltre, biologicamente, significa per l’appunto svegliarsi; affinare la facoltà di rimanere in quel prezioso momento significa altresì trasformarsi, emergere davvero da uno stato di dormienza a quello dolorosamente ed esclusivamente solitario e pericoloso del completo ignoto tra sonno biologico e veglia. In questo incalcolabilmente delicato punto della percezione sembrano operare, esteticamente e stilisticamente i Bianca: Black Metal in preda al sonnambulismo, da un lato, ma che in qualche modo nel suo delirio nictalgico scalcia e morde per svegliare, per andare oltre quel velo di sogno che assume pertanto la connotazione di un rito di passaggio, senza voler tornare al mondo di praxis e gnosis comunemente intese. Rigorosamente avvolto da un mistero dove i volti assumono contorni sfumati come velati da un segreto sudario un tempo candido e poi annerito, dove il bacio e l’incontro (à la Magritte) non trovano reale compenetrazione rendendosi indistinti ma piuttosto sospensione: di una tormentosa irrequietezza che tortura, con una voce esclusivamente femminile che abbraccia o accarezza ogni frammento della sua essenza di genere divenendo univerale, tra irreali passaggi per forza di cose onirici, quasi materni in nucleo, e spaventosi – e scenari musicali di contrasti Doom spettrali, riempiti di una modernità (o forse sarebbe più il caso di parlare di attualità, giocando i Bianca in una lega tendenzialmente atemporale) di suono virante al Death Metal per toni e relativa tecnicità esecutiva, quasi impressionistica quando ritmicamente stemperata nelle inquietanti rarefazioni Dark Ambient e nel mare onirico di simbolici sentori seriamente gotici, luttuosi, dalla marcatura oflattiva di cattedrali e candele spente, tristi è vero; eppure in qualche modo elevanti, tendenti al sublime come una mente dotata di un fuoco segreto, che arde in barba ad arti e corpo immobili.

La musica del collettivo romano è in sostanza qualcosa di brutalmente concreto e nondimeno impalpabile, che fa della propria fragilità di fosca porcellana la sua forza sostanziale, se non addirittura il suo canale espressivo privilegiato: l’eco di un ricordo mai vissuto, un portone vuoto, come quelle volte in rovina, attorniate dal nulla, che attirano lo sguardo con il loro magnetismo tipico dei luoghi che separano due condizioni dell’essere, due stati mentali o fisici, o più banalmente due mondi. Nei fatti più aurali questo si traduce in soluzioni di continuità e giustapposizioni materiche portanti dalla liquidità chitarristica dei The Ruins Of Beverast (si pensi all’inizio dell’ assalto orfico “Todestrieb”), affiancati giustamente ed in egual misura alla pesantezza del progetto del tedesco, fino alle esplosioni di bitume che impestano ali d’angelo, che macchiano di nero la natura morta di una febbricitante “Nachthexe” dove lo spirito di Andrea Haugen e Tania Stene (già invocato nei terrificanti sussurri muliebri che accolgono sinistri fin dall’inversamente albeggiante introduzione) si concretizza nel corpo e nella violenza degli Akhlys, trovando una dimensione tutta propria anche fatta di raggi di un sole da un mondo spirituale che sono in qualche modo dolci, che confortano la condizione umana per assurdo privandosene nel concreto.
Un po’ come dei The Angelic Process fecero con la musica pesante, i Bianca usano il Black Metal non come fine stilistico ma come teorema: non dissimilmente dalle sperimentazioni tetre di “Hexerei Im Zwielicht Der Finsternis” (“After Dark”, quale ripresa di fiato in vista della seconda e forse più diretta parte) o delle mutazioni al chiaro di chiesa in fiamme degli Mz. 412, come nel più recente approccio degli Urfaust (si guardi in particolare a “Teufelsgeist”, per discorso), sebbene la musica dei nostrani resti sempre più strutturalmente compiuta e concreta pur nella sua alterità, sempre identificabile in un connubio di esperienze Metal, tutte estreme, annichilenti o gotiche, e di quella propensione all’incubo etereo dei Cult Of Luna in “Mariner”, con risonanze di Siouxsie Sioux, della Julie Christmas più verace e feroce, coerentemente con quanto sentito in una “Somniloquies”, ma anche di una Agnete Kjølsrud meno acida ed eclettica in una maniera più trasversale, meno istrionica e sicuramente più sottile, che fa abbracciare -in quello che Blake chiamerebbe un vero e proprio matrimonio di Cielo e Inferno- Dani Filth con Jamie Myers (nel medesimo contesto in “Diadem Of 12 Stars”, ma soprattutto in “Malevolent Grain”), per un risultato di freschezza complessiva polarizzante, che unisce separando, che respinge ammaliando e strega repellendo.
Fin dai primi battiti vitali di “Abysmal”, discendendo nel mulinare dei suoi vortici circolari, è infatti come se i Fvnerals suonassero Black Metal in the shadow of the horns anno 2025 (ancor di più nella pesantissima “Resonance”); come se le differenze abissali quanto le comunanze ambientali tra “House Of The Black Geminus”, Nightbringer ed Aghast incontrassero l’oltremondano di una “Persephone” (la voce usata come genuino strumento dell’anima), raccogliendo orchidee morenti tra le braccia di “Funeral In Carpathia” e solivagando nei meandri serali e condivisi dagli Shape Of Despair, dagli Evoken, dai Darkspace e dai Fyrnask (“To The Twilight”), strappando il velo e ricucendolo con grazia irreale, da sogno, compiendo andata e ritorno da un luogo che non sapevamo nemmeno di conoscere e che proprio in questi tre quarti d’ora in otto passaggi si manifesta. Quello di uno degli album dallo stile più unico, ammaliante ed imprevisto degli ultimi tempi.
I Bianca danno insomma vita ad un debutto egregio – da ex-gregis, effettivamente fuori dal gregge, fuori dalle singolari costrizioni ed altrui costruzioni, realmente nato di necessità (troppo spesso lo leggiamo e sentiamo dire: qui lo ascoltiamo); qualcosa che inevitabilmente li porta ad esplorare meandri ancora raramente battuti da altri esploratori musicali. Perché s’è vero che, più spesso di quel che crediamo, la nozione autentica di novità ed avanguardia gioca nei fatti un ruolo decisivo in quanto arma a doppio taglio nella percezione singola e conseguente ricezione collettiva di un disco, o di qualunque altra manifestazione creativa che si voglia prendere in considerazione, nel senso che più il disallineamento alla norma è apparente più la polarizzazione diviene inevitabile (con relativi e purulenti ascessi, fallaci in ugual misura, di apprezzamento cieco e smodato per la supposta freschezza o repulsione per l’eccessiva diversità, in base alla personale propensione), allora, quando una band riesce nel sensibile compito di unire una considerevole singolarità stilistica alla naturalezza con cui dialogano tra loro le sue anime (due e più, in questo caso – tutte ricongiunte dalla sfaccettata femminilità che comandano voce quanto strumentazione), allora avviene l’incanto senza trucchi che si può ascoltare, in un’epoca musicale di revival dal dubbio gusto e dall’ancor più dubbia sincerità, nei Bianca: la ventata forte, decisa e fresca di una particolarità trascendente e schiacciante all’unisono, di una prima prova se non perfetta (questo sarebbe persino controproducente chiederlo) sicuramente quanto involontariamente audace, fatta di un equilibrio gestito a ritroso, dall’alba al crepuscolo guardando alla notte, tanto inconsueto quanto pericolosamente delicatissimo. Chiudendo gli occhi, fermandosi – scrutando dentro anziché fuori e lasciando che l’interiorità dialoghi con la naturalezza della nascita con quel che dall’altra parte attende.
– Matteo “Theo” Damiani –
